luogo, data e ora recatomi incautamente a Roma il 5 maggio 2002, convinto di partecipare a una grande festa collettiva avvolto in un bandierone nerazzurro, ho assistito inerme all'apocalittico spettacolo del mondo che mi cadeva addosso mentre me ne stavo passivamente seduto sugli spalti dello Stadio Olimpico, Tribuna Montemario, Settore 4c, fila 72, posto 35, in preda a una crescente incredulità verso il calcio e la vita in generale. Alle 5 del pomeriggio ero un uomo diverso.
questo, più che eleborare il lutto, si chiama esorcizzare il dolore se mi chiamassi Don DeLillo il mio tormento l'avrei descritto con altre parole. Queste: "Non voleva cedere al flusso di ricordi ed emozioni. Forse provava un senso di lealtà verso la propria storia. Una cosa è accennare a un'esperienza, usarla come riferimento e analogia. Ma descrivere il fatto orrendo nei dettagli, a estranei che annuiranno e dimenticheranno, doveva sembrargli un tradimento del proprio dolore" (da "Cosmopolis", pag. 144). Me la sarei cavata così, in qualche riga. Ma non sono DeLillo e ho dovuto aprire un blog.
(dovevo capire tutto già da allora, ma avevo solo sei anni, dieci mesi e 23 giorni. dovevo scappare e non l'ho mai fatto. non c'era Telefono Azzurro, sennò l'avrei chiamato. era l'8 novembre 1970) Milan-Inter 3-0 (0-0) Milan: Cudicini; Anquilletti, Biasiolo; Trapattoni, Rosato, Schnellinger; Combin, Benetti, Villa, Rivera, Prati. All. Rocco. Inter: Vieri (Bordon); Burgnich, Facchetti; Fabbian, Giubertoni, Cella (Bellugi); Reif, Bertini, Mazzola, Frustalupi, Corso. All. Heriberto Herrera. Arbitro: Gonella. Reti: Biasiolo, Villa, Rivera.
(il fatto è che la notte stessa Heriberto Herrera fu esonerato, la squadra fu affidata a Invernizzi, Boninsegna ritornò dopo un infortunio, Jair e Bedin furono riammessi nella rosa e cominciò la cavalcata. Vincemmo lo scudetto. Ho pensato che fosse tutto facile, insomma. Ma ero piccolo)
la catastrofe
(600 km. per incassare lo scudetto e invece regalarlo. E 600 km. per tornare a casa senza. Era il 5 maggio 2002) Lazio-Inter 4-2 (2-2). Lazio: Peruzzi; Stam, Nesta, Couto, Favalli; Poborsky, Giannichedda, Simeone (78' D. Baggio), Stankovic (69' Cesar); Fiore; S. Inzaghi. (Marchegiani, Negro, Pancaro, Colonnese, Evacuo). All.: Zaccheroni. Inter: Toldo; J. Zanetti, Cordoba, Materazzi, Gresko; Sergio Conceicao (60' Dalmat), Di Biagio, C. Zanetti (73' Emre), Recoba; Ronaldo (78' Kallon), Vieri. (Fontana, Sorondo, Serena, Seedorf). All.: Cuper. Arbitro: Paparesta di Bari. Reti: 12' Vieri, 19' Poborsky, 24' Di Biagio, 45' Poborsky, 55' Simeone, 73' S. Inzaghi.
Come passa il tempo
Il 28 maggio 1989, giorno del tredicesimo scudetto (quintultima giornata, Inter-Napoli 2-1): il presidente della Repubblica era Francesco Cossiga, il presidente del Consiglio era Ciriaco De Mita ma era in corso la crisi di governo, mancavano 6 giorni alla strage di Tienanmen, mancavano 5 mesi e 12 giorni alla caduta del Muro di Berlino, il presidente degli Stati Uniti era Ronald Reagan, Tornatore aveva appena vinto l'Oscar, Leali-Oxa avevano appena vinto Sanremo, Madonna era in testa all'hit parade con "Like a prayer", l'automobile più venduta in Italia era la Fiat Uno e un quotidiano costava mille lire tonde tonde
La rivincita morale
Alle 19,39 del 26 luglio 2006 la Figc ci assegnava automaticamente il quattordicesimo scudetto. In quell'esatto istante stavo infilando spaghetti n. 5 nell'acqua bollente. A tavola, poco più tardi, avrei pensato con sollievo alla suggestione cromatica del triangolino tricolore e a un campionato finalmente senza Juve. Due scudi successivi hanno contribuito al mantenimento del mio buon umore.
qui dentro, nel migliore dei casi, potreste trovare interismi assortiti, snobismi vari, pettegolismi generici, enteroclismi intellettuali, sinistrismi moderati, sessualismi carpiati, divagazionismi interiori (ho finito gli ismi, sennò continuavo)
I Gufi erano loro. Da sinistra: Nanni Svampa, Gianni Magni buonanima, Roberto Brivio e, on guitar, Lino Patruno.
No, siccome nei post precedenti si parla moltissimo di gufi e gufismo, ci tengo a dire un paio di cose. Il "gufare" lo metto nel conto e nel novero delle più semplici, puerili, ingenue, simpatiche, quasi necessarie pratiche del tifoso medio. Gufare è prendersi per il culo, bonariamente, strizzandosi l'occhio, strizzandosi anche i coglioni, certo, come conviene tra uomini rozzi quali siamo. Non è certo mettere gli spilloni nel bambolotto. E' farsi gli auguri, sapendo cosa nasconde il termine stesso "augurio". "Ehi bello, auguri per stasera". Se stasera c'è Valencia-Inter e a farmi gli auguri è uno juventino, trattasi di gufata. E vabbe'. Ma è una cosa che si fa con il sorriso sulle labbra, consapevoli (il gufante e il gufato) del soffice contenuto iettatorio delle parole di cui sopra. Gufante e gufato il mattino dopo sono al bar, e se il gufante è uno sportivo il caffè lo paga lui.
Ecco, tenevo molto a questa personale esegesi della gufata perchè - come ho fatto altre volte - mi dissocio dall'espressione più violenta e talebana della gufata, che è il tifo contro. Per carità, anche a me nella vita è capitato di tifare contro, adesso non voglio fare il Mario Goretti della calciofilia. Ma il tifo contro - almeno io la penso così - è una pratica che va esercitata con parsimonia e in determinate occasioni. Ho tifato contro (per motivi calcistici, politici, filosofici, etnici) all'Italia nei Mondiali del 1994, fino a quando Baggio non mi ha fatto cambiare idea. Altre volte ho tifato contro, quando ero più livoroso di oggi. Ma, anche allora, senza grandi godurie, perchè il tifo contro non mi dà sensazioni indimenticabili. E' un pochino frustrante, specie se poi non serve a un cazzo.
Poi c'è un tifo contro "fisiologico". Chessò: una finale di Coppa Italia Juventus-Albinoleffe, per esempio. Non solo tiferei a favore dell'Albinoleffe, ma tiferei anche contro la Juve. Non so se mi spiego. Ma si tratta di eventi rari.
Per il resto, non tifo contro. Ho eiaculato, certo, al termine di Milan-Liverpool, spargendo il mio seme ovunque per poi ripulire mezza casa con il Glassex Multiuso. Ma senza tifare contro il Milan. Non so se cogliete la differenza. Voglio dire: se il Milan avesse vinto 3-0 con il Liverpool bòn, mi sarei tolto il cappello come faccio sempre davanti a un verdetto netto e incontestabile, anche quelli dolorosi che riguardano l'Inter. In tempi più recenti: Mantova-Juve, per esempio. Non mi sono martoriato le carni nella speranza di vedere la Juve piallata a Mantova, ma chi se ne frega. Ma al risultato finale ho sentito gli effetti della polluzione inumidirmi i boxer. E' normale.
Tutto questo per dire che ieri sera non tifavo contro la Roma, e nemmeno gufavo, ma neanche un po'. Così come stasera non tiferò Bayern, ci mancherebbe altro, nè guferò contro il Milan. Se il Milan stasera a Munchen ribalta la frittata dopo un 2-2 casalingo, lo dico già da ora, sarà stata più brava di noi, che al Mestalla non abbiamo ribaltato una sega.
Quello che mi ha fatto piacere del 7-1 alla Roma, piuttosto, è stata la risposta clamorosa e terribilmente esplicita al solito irragionevole segone mediatico che riguarda certe squadre italiane (non l'Inter, mai l'Inter) quando, pur in stagioni non irresistibili, fanno - come si dice nella mia porzione di Padania - l'uovo fuori dalla cavagna. Il Milan che segue la capolista del campionato italiano a 33 punti di distanza viene dipinta quasi come la vincitrice in pectore della Ciempions (e meno male che il Manchester ne ha fatti 7 alla Roma, giusto per ribadire certi valori), semplicemente per avere passato il primo turno e avere poi eliminato il Celtic. Minchia. Io non le auguro il contrario, lo dico sinceramente: ma il Milan quasi-favorito è una costruzione logica? E la Roma, diobono, la Roma, la bella Roma, la fantastica Roma, la spumeggiante Roma. Invece di chiedersi come mai con tutti questi aggettivi è a meno 18 dall'Inter, tutti a organizzare il viaggio ad Atene, tutti a spendersi in elogi sperticati, tutti a organizzare telecronache che nemmeno Roma Channel avrebbe fatto. Risultato: sette pere e a casa.
Non ho rilasciato seme per la sconfitta della Roma, per carità. Anzi: a me la Roma piace, e non l'ho mai nascosto, per una ragione su tutte. Ha un sacco di italiani, e di più: ha un sacco di giocatori usciti dalle sue giovanili. Due fattori che un giorno mi piacerebbe sottolineare anche per l'Inter, dove oggi sotto quelle maglie che mi fanno pulsare il cuore battono solo cuori ispanici o giramondo. Ma mentre prendeva una pera dopo l'altra, facendosi infilzare come una Rappresentativa della Val Venosta in precampionato, mi venivano in mente facce e aggettivi dei vari Cerqueti, Caressa, Cucci, Liguori et cetera et cetera. Mi veniva in mente Paolo Rossi, un minuto prima dell'inizio, mentre diceva su Scai che, tolto Cristiano Ronaldo, non c'era paragone tra il tasso tecnico della Roma e quello del Manchester.
Mi spiace che la Roma ne abbia presi sette. Ma c'era bisogno che un po' di gente tornasse con i piedi per terra, invece che parlare di calcio per iperboli e masturbazioni cerebrali, come se fosse un reality tipo Cervia e non un gioco al quale siamo affezionati e del quale vorremmo sentire parlare il modo serio, sereno, professionale, intellettualmente onesto.